Saracinesche giù e vetrine vuote, a Milano scatta il coprifuoco. Sala: non diffondiamo il panico

Il giovane commesso di Foot Locker, con la maglietta a strisce bianche e nere e la radiolina al petto, lo sa: «Il mio negozio potrebbe essere un bersaglio». Le vetrine sono già blindate, coperte da lastre di legno. Dietro il compensato si nascondono decine di sneakers dai lacci fluo, modelli e marchi che i teenager conoscono a memoria. E che ora scompaiono dietro il legno. Come le t-shirt, i jeans, i cappellini con la visiera. Via Torino, la strada dello shopping milanese, la più colpita dagli assalti dello scorso weekend, si è barricata.

E così le altre vie del centro, dalla scintillante Galleria a piazza Duomo, fino a via Orefici, con il Castello Sforzesco che si staglia sullo sfondo. E oggi alcuni negozi non alzeranno nemmeno le serrande. Mentre commesse e commessi hanno già pronti i piani di fuga d’emergenza: hanno fatto le prove per uscire dal retro, come per gli incendi e le altre calamità.

«Appena verrà dato l’allarme, scapperemo», raccontano due giovani lavoratrici di Sephora, con la divisa nera come il mascara e le immagini di domenica scorsa ancora negli occhi. Hanno assistito agli assalti da dietro le vetrine: «Come un videogioco violento, ci coprivamo la testa per istinto».

Milano si prepara a quello che il sindaco Beppe Sala ha definito un «sabato delicato», con 1.400 uomini tra poliziotti, carabinieri, finanzieri, agenti della polizia locale e quattrocento paracadutisti inviati dalla Difesa. Il primo cittadino assicura che la città non sarà «militarizzata» e invita i commercianti a non abbassare le serrande. «Io li invito a non farlo, però è evidente che più che un invito non posso fare, poi sarà la loro decisione».

Per dare l’esempio, promette di andare lui stesso a fare acquisti: «Cercherò di andare a fare acquisti in un negozio anch’io». Un appello raccolto anche da Confcommercio, con il presidente Carlo Sangalli che esorta a non «cedere alla paura dei vandali». Ma c’è anche un altro timore: «E se il centro, per la paura, sarà completamente vuoto?», si domanda Pier Galli, portavoce dell’Associazione del Salotto di Milano, che rappresenta i commercianti della Galleria Vittorio Emanuele.

«Noi apriremo perché dobbiamo lavorare», scandiscono i titolari di Al Pascià, storica insegna milanese di pipe e oggetti di lusso. La vetrina è ancora in piedi, ma è martoriata. «Per fortuna avevamo il vetro antiproiettile, altrimenti la nostra insegna storica non ci sarebbe più», raccontano.

Poco distante, il negozio Rinascimento ha già speso 18 mila euro per sostituire il vetro andato in frantumi. A qualcuno persino le lastre di compensato appaiono una fragile trincea. «Hanno spaccato tutto, a cosa possono servire queste barriere?», si domanda un commerciante. Sono soprattutto i negozi di abbigliamento e articoli sportivi a temere nuovi assalti. Quelli che vendono scarpe da ginnastica, jeans, felpe e giubbotti, i prodotti più desiderati dai giovanissimi, già finiti nel mirino lo scorso fine settimana.

La Rinascente, uno dei simboli dello shopping milanese, ha deciso di anticipare la chiusura alle 15. La Galleria Vittorio Emanuele proverà invece a rimanere aperta, con le sue boutique del lusso e le insegne storiche. Anche nel Quadrilatero della moda, tra via Montenapoleone e le strade delle grandi maison internazionali, il legno ha cominciato a coprire le vetrine. Qui, dove le boutique espongono borse da migliaia di euro e abiti delle collezioni più esclusive, le decisioni sulle aperture vengono prese caso per caso.

Un’immagine insolita per il cuore della Milano della moda, dove le facciate dei negozi sono parte dello spettacolo quanto gli oggetti esposti al loro interno. Intanto la città si prepara ai controlli. Presidi fissi e pattuglie di cinque militari, anche a bordo dei blindati Lince, sorveglieranno le zone più sensibili. Non soltanto il centro, ma anche le stazioni ferroviarie e le università. Mentre dall’alto vigileranno i droni.

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