di Ciro Di Pietro — Giornalista
Il Governo Meloni deve spiegare ai cittadini perché la modernizzazione degli armamenti riesca a mobilitare impegni così rilevanti mentre la scuola perde personale e la sanità pubblica fatica a garantire risposte adeguate. Il dissenso nasce da questa gerarchia delle priorità. Destinare risorse significa scegliere quali urgenze affrontare e quali lasciare in attesa.
Secondo Milano Finanza, ripresa da Reuters il 22 ottobre, la joint venture Leonardo-Rheinmetall avrebbe ottenuto due contratti per complessivi 3,7 miliardi di euro, destinati a nuovi mezzi corazzati dell’Esercito italiano. Nelle dichiarazioni riportate dall’agenzia, la firma non era stata confermata dalle aziende. La notizia si inserisce in programmi pluriennali di ammodernamento già avviati.
Il carattere pluriennale delle commesse impone confronti omogenei fra bilanci e rende ancora più importante il giudizio politico: il Governo decide oggi una parte delle priorità di domani. Chi considera quei programmi urgenti deve spiegare quale urgenza riconosca anche a un esame diagnostico o alla presenza di personale sufficiente nelle scuole. La durata di un impegno finanziario non lo sottrae al confronto democratico.
Per l’anno scolastico 2026/2027 i documenti ministeriali richiamano una riduzione di 2.174 posti del personale ATA. Sono lavoratori che contribuiscono al funzionamento quotidiano delle scuole, nelle segreterie, nei laboratori e nei servizi ausiliari. Trattare il personale soltanto come una voce da comprimere impedisce di valutarne il contributo alla qualità dell’istruzione. Ogni risparmio dovrebbe essere accompagnato da una spiegazione convincente di come si garantiranno i servizi.
In sanità occorre essere precisi: il nono Rapporto GIMBE registra un aumento nominale del finanziamento nel 2026 e, nel quadro precedente alla nuova manovra, una crescita molto debole nel biennio successivo. Evidenzia inoltre quanto l’inflazione e i maggiori costi abbiano eroso le risorse aggiuntive degli ultimi anni. Un aumento scritto in bilancio va misurato nella capacità di assicurare prestazioni. Per il cittadino conta poter ricevere una visita o una cura in tempo utile, senza essere costretto a rivolgersi al privato.
La difesa della spesa militare richiama spesso occupazione, innovazione e ricadute industriali. L’accordo Leonardo-Rheinmetall prevede effettivamente che il 60% delle attività si svolga in Italia. È un elemento concreto, che va valutato. Tuttavia, anche un ospedale funzionante e una scuola adeguatamente organizzata producono lavoro qualificato e valore economico. La formazione migliora le possibilità dei giovani; la prevenzione e le cure tempestive riducono sofferenze e costi futuri. Questi benefici meritano lo stesso peso nelle decisioni pubbliche.
Riconoscere la necessità di una difesa efficiente non comporta l’approvazione automatica di ogni programma militare, del suo costo o dei suoi tempi. Il Governo deve dimostrare la proporzione fra le minacce da affrontare e le risorse impegnate, spiegando quali alternative abbia valutato. Invocare la sicurezza nazionale non può chiudere la discussione sulla sicurezza quotidiana delle persone, che comprende l’accesso alle cure e la possibilità di studiare in condizioni dignitose.
Al Governo Meloni va chiesta una programmazione altrettanto concreta per i servizi essenziali, con obiettivi verificabili sui tempi d’attesa, sul personale disponibile e sulla sicurezza degli edifici scolastici. Se si assumono impegni per molti anni nel settore militare, è ragionevole pretendere continuità e certezze anche per chi lavora nella sanità e nell’istruzione. La scarsità delle risorse rende questo confronto più necessario, perché ogni scelta restringe le possibilità delle successive.
Il mio dissenso riguarda una politica che attribuisce agli armamenti una precedenza mentre considera tollerabili risposte insufficienti ai bisogni dei cittadini.
