Autonomia, il “contentino” di Meloni a Salvini. E le famiglie aspettano

La riforma cara alla Lega avanza, mentre la manovra resta in attesa di risorse. Il rischio è che gli equilibri della maggioranza prevalgano sulle necessità del Paese.

di Ciro Di Pietro – Giornalista pubblicista

L’autonomia accelera, la legge di Bilancio rallenta. Nelle notizie riportate dal Corriere della Sera emerge una scelta di priorità che merita una riflessione politica: il governo trova un’intesa per far avanzare una delle principali bandiere della Lega, mentre sulle misure economiche destinate a famiglie e imprese il quadro resta incompleto.

La lettura politica è questa: Giorgia Meloni ha dato il “contentino” a Matteo Salvini. Un risultato da rivendicare davanti al proprio elettorato, utile a tenere insieme la coalizione. “Contentino”, però, soltanto nel linguaggio degli equilibri di partito: le conseguenze di una riorganizzazione dei rapporti tra Stato e Regioni possono essere tutt’altro che piccole.

Secondo il resoconto, il Consiglio dei ministri ha approvato i disegni di legge che fanno avanzare il percorso dell’autonomia per Lombardia, Piemonte, Liguria e Veneto. Un passaggio politico e legislativo, dunque, che non equivale ancora al trasferimento definitivo delle competenze.

Nel frattempo, la manovra economica attende l’esito delle trattative con Bruxelles. Le coperture restano da precisare e l’estensione del taglio dell’Irpef fino ai redditi di 60 mila euro viene indicata come incerta. Il messaggio che arriva ai cittadini è difficile da accettare: per le bandiere dei partiti si trova una strada; per alleggerire il peso delle spese quotidiane bisogna ancora aspettare.

Il problema dell’autonomia va affrontato nel merito. Una maggiore responsabilità regionale può essere utile se migliora l’amministrazione e rende più efficienti i servizi. Diventa invece preoccupante se finisce per consolidare le distanze tra territori. Prima di distribuire nuove competenze, occorre spiegare con quali risorse e con quali garanzie saranno tutelati i cittadini di tutte le Regioni.

Il Mezzogiorno ha diritto a risposte verificabili. Il luogo di residenza non dovrebbe determinare la qualità delle opportunità offerte a una persona, né trasformarsi in una condanna a servizi peggiori.

C’è poi la questione della forza parlamentare. Una maggioranza compatta può spingersi fino a modificare profondamente la Costituzione. Ma occorre essere precisi: l’autonomia differenziata è già prevista dall’articolo 116 e la sua attuazione non coincide, di per sé, con una revisione costituzionale.

Per cambiare la Carta serve il procedimento dell’articolo 138: due votazioni in ciascuna Camera, distanziate di almeno tre mesi, e la maggioranza assoluta nella seconda deliberazione. Se non si raggiungono i due terzi in entrambe le Camere, resta possibile richiedere il referendum costituzionale. Avere i numeri per governare non significa disporre di un potere senza limiti.

La preoccupazione politica, tuttavia, rimane: usare la coesione della coalizione per piegare gli equilibri istituzionali alle convenienze dei suoi componenti. Le riforme richiedono un confronto pubblico proporzionato alla loro importanza, soprattutto quando incidono sul rapporto tra cittadini, territori e Stato.

Meloni può offrire a Salvini una vittoria politica. Agli italiani deve offrire qualcosa di più: servizi che funzionano, scelte economiche credibili e garanzie di uguaglianza. La stabilità di una maggioranza acquista valore quando migliora la vita del Paese. Da sola, la soddisfazione degli alleati non basta.

Ciro Di Pietro

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