Energia e acqua: il muro naturale alla corsa dei data center

«La crescita è stata talmente forte che oggi ci troviamo a non avere più “spazio”. Ma non è quello “fisico”: il limite è dato dalla disponibilità di nuovi modelli di raffreddamento ed energia. La possibilità di scalare ulteriormente si scontra con questo muro: non è un problema “hardware” o “software». Roberto Saracino, Senior Vice President di Brightstar e responsabile delle infrastrutture tecnologiche, definisce così i limiti dello sviluppo dei data center trainato dall’esplosione dell’Intelligenza artificiale (IA).

Il rating europeo

Muri che riguardano realtà come gli Stati Uniti ma planano anche sull’Italia: se New York ha introdotto una moratoria sulle fabbriche di dati, dal cremonese alla cintura di Milano si sommano le voci che chiedono lo stop a questo sviluppo. Un “wall energetico” che si profila già oggi: «I rack che un tempo assorbivano 15 kW oggi superano i 100 kW e arriveremo presto a 600», dice Saracino. Ragion per cui serve «un cambio di paradigma». A tutti i livelli. Nell’infrastruttura, intanto: «I sistemi di raffreddamento ad aria non sono più adeguati, gli Ups (i dispositivi che stabilizzano il flusso di corrente ai server e ne garantiscono la riserva in caso di emergenza, ndr) sono inadatti a gestire i picchi di domanda energetica tipici dei cluster IA, che si misurano in microsecondi».

Il tema è alto anche nell’agenda Ue: la scorsa settimana la Commissione ha lanciato una sorta di “rating” dei centri dati «con l’obiettivo di aumentare la trasparenza sul loro consumo energetico». Se l’obiettivo di Bruxelles è triplicare la capacità di calcolo continentale in cinque-sette anni, il percorso non può d’altra parte compromettere l’equilibrio delle reti elettriche, delle risorse idriche e peggiorare il quadro delle emissioni. Il sistema di classificazione serve proprio ad avere contezza dell’impatto su energia e acqua di queste strutture, con una capacità superiore a 500 kW.

La progressione della potenza IT installata in Italia

Oltre alle metriche «servono strumenti diversi – aggiunge Saracino – come sistemi di accumulo a batteria “predittivi” (Bess) che riescono a prevedere i picchi di domanda energetica. Però, ed è una buona notizia, la risposta non è solo hardware, ma anche software». Ci sono modelli che consentono di “alleggerire” i dati e organizzare al meglio il lavoro delle macchine che «permettono riduzioni energetiche del 40-60% senza toccare l’infrastruttura fisica», dice Saracino. E c’è poi un ruolo fondamentale: quello di chi utilizza l’IA e quindi fa “girare” a mille i centri dati. Se le aziende non sviluppano correttamente le richieste verso i servizi IA, i costi – tanto monetari quanto energetici – aumentano. «All’interno delle aziende, allora, è utile creare strutture che si occupano di costruire il proprio universo di contenuto informativo, per poi fare lavorare l’algoritmo solo su quello e ridurre così il costo energetico».

Fioriscono i “no” dalle popolazioni

C’è poi la partita con i territori. «L’impatto di queste strutture è importante, le preoccupazioni sono legittime e infatti anche in Italia vediamo proliferare i comitati del “no”», spiega Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano. «Ma spesso le paure sono esasperate da dati gonfiati, anche dalla speculazione. Quella che porta ad esempio a una corsa delle richieste di allacciamento alla rete in alta tensione, solo per rendere lotti di terreno e capannoni eleggibili a progetti di sviluppo in data center. Ma sono richieste che “drogano” il mercato».

La corsa degli investimenti

Non che sia tutta “fasulla” la corsa a costruire, anzi. Il Politecnico di Milano ha censito 7,1 miliardi di investimenti nel triennio 2023-25 e altri 25 miliardi (per 83 strutture) sono in previsione entro il 2028. La crescita è elevata eppure, spiega Natalucci, «gli investimenti sono andati al di sotto delle stime: ne aspettavamo per 10 miliardi» nel triennio al 2025. «Il data center è un “oggetto nuovo” che si è cercato di normare. Dal decreto Bollette (che ha introdotto un procedimento autorizzativo unico, ndr) alla strategia nazionale per attirare gli investimenti esteri del Mimit (con il commissario i progetti strategici, ndr), fino alla legge lombarda che promuove l’efficientamento delle strutture e il recupero di aree industriali, la costruzione di un quadro normativo stabile è un lavoro ancora in atto. Quel che manca – rileva la docente – è una cabina di regia nazionale in grado di trattarlo come un asset strategico».

Un asset, chiosa Saracino, nel quale si condensa un insieme di sfide: «Quella energetica, ma anche quella della dipendenza tecnologica e della sicurezza dei dati. L’Europa e le aziende hanno davanti un anno, un anno e mezzo di scelte fondamentali dalle quali dipende il futuro dell’IA».

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