Lepore: “Bologna non è una città dell’odio. La cultura della morte non è confinata al Novecento”: e cita Ceuta e le adunate con saluti romani
“Qualcuno racconta Bologna come una città cupa, dilaniata, quasi consumata dall’odio e dalla paura, io vedo un’altra città”, dice il sindaco Matteo Lepore dal palco, raccogliendo per tutto il tempo del suo intervento applausi convinti e sentiti. “La vedo qui oggi, adesso, anche mentre ricordiamo una strage, la vedo nelle scuole che rinnoviamo, piene di bambini e bambine, il nostro futuro, la nostra speranza. Bologna non è una città dell’odio. È una città che, ogni giorno, sceglie deliberatamente di prendersi cura di sé, e lo fa proprio a partire dai più fragili”.
Lepore si sofferma anche sulla “cultura della morte” del fascismo, una cultura “non è confinata al Novecento. Ha ancora oggi le sue voci, spesso più forti di quanto vorremmo credere”. E spiega. “Ha la voce di chi, pochi giorni fa, davanti a esseri umani in fuga verso le coste spagnole di Ceuta, illusi da notizie social false e improvvisamente diffuse in Marocco tra la popolazione, ha scelto di paragonarli pubblicamente a un’invasione di zombie, riducendo la disperazione di persone reali a un fotogramma horror da condividere per calcolo e cinismo politico”. E “ha la voce e il gesto di chi, ancora oggi, nelle piazze di città italiane, alza il braccio teso gridando ‘presente’ in adunate che si ripetono con una frequenza che dovrebbe preoccupare tutti noi e soprattutto le autorità competenti”.
L’Italia “è e deve rimanere antifascista, indipendente, unita e indivisibile, un paese europeo e mediterraneo, un paese accogliente e antirazzista, fondato su principi di non violenza e di pace, di libertà e di democrazia”.
