La guerra mondiale a pezzi comincia a saldarsi

Il primo a parlarne è stato papa Francesco: ha coniato il termine “guerra mondiale a pezzi”. Una visione terribilmente efficace per descrivere quello che sta accadendo nel pianeta dalle coste dell’Atlantico all’Estremo Oriente. La scorsa settimana i “pezzi” hanno cominciato a saldarsi in maniera diretta. I droni ucraini hanno affondato nel Mar Caspio una nave iraniana che, secondo Kiev, trasportava armamenti in Russia. L’hanno colpita nel mezzo degli scambi di attacchi tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica: il presidente Zelensky ha inizialmente rivendicato l’iniziativa e Teheran ha promesso ritorsioni diplomatiche e missilistiche. In realtà il conflitto tra Ucraina e Russia si è già esteso a due continenti, pur restando nell’ombra. Squadre di dronisti sono state mandate da Kiev ad aiutare i nemici di Mosca nel cuore dell’Africa: dall’estate 2024 partecipano alle imboscate dei separatisti tuareg contro l’esercito della giunta golpista del Mali, sostenuto dall’ultima falange della Wagner. E lo hanno fatto senza curarsi dell’alleanza tra i miliziani del “Popolo Blu” e le schiere locali di Al Qaeda. Prima ancora le avanguardie ucraine sono entrate in azioni in Sudan, appoggiando con bombe volanti e commandos gli assalti contro la fazione legata ai russi. Non solo. Hanno operato in Siria nel 2024 al fianco dell’alleanza di Idlib – guidata all’epoca dal capo jihadista Abu Mohammed al Jolani poi diventato presidente con il vero nome di Ahmed al Shara – contribuendo con i droni alla marcia trionfale che ha scacciato il regime protetto invano dal Cremlino. Vladimir Putin, dal canto suo, ha ottenuto soldati e armi dalla Corea del Nord: truppe impiegate solo all’interno del territorio nazionale per respingere nella seconda metà del 2024 l’offensiva ucraina nella regione di Kursk. Adesso l’intelligence di Kiev teme che Kim Jong-un voglia mandare una nuova spedizione a Mosca: si parla di 30mila uomini ma non è chiaro se siano destinati al fronte o a irrobustire le difese contraeree intorno alle raffinerie bersagliate dai raid ucraini. Quanto alla Cina, invece, si limita a consolidare i rapporti politici ed economici con la Russia, acquistando materie prime e vendendo componenti tecnologiche sottoposte ad embargo: finora non risultano cessioni di strumenti bellici. Anche dal punto di vista militare, Pechino sta comunque ottenendo un risultato fondamentale: riceve informazioni preziose dal campo di battaglia sull’aggiornamento delle tattiche e sulle armi hi-tech americane o europee impiegate dalle truppe di Kiev. Russi e cinesi in maniera molto discreta soccorrono Teheran: hanno fornito materiali e consigli ingegneristici per potenziare l’arsenale missilistico tra l’estate 2025 e lo scorso febbraio. Il Pentagono sospetta che stiano suggerendo le posizioni da colpire nelle basi Usa del Medio Oriente anche se molti pensano che gli ayatollah abbiano una rete di intelligence autonoma. E la Reuters ha appena rivelato la vendita di missili terra-aria Made in China ai Guardiani della Rivoluzione. Insomma, in questa estate in cui piovono bombe senza sosta, la catena di conflitti viene unita da maglie sempre più strette. C’è pure un’altra faccia della medaglia, su cui molti chiudono gli occhi: la crescente integrazione industriale e militare dell’Ucraina nelle strutture della Ue e della Nato. L’accordo per lo sviluppo congiunto di droni e di scudi antimissile firmato da Ursula von der Leyen e Zelensky è forse l’elemento più importante. Ma un altro segnale in apparenza minore e tecnico ha un significato inquietante. L’unica squadra operativa della Marina di Kiev, la Prima Divisione Contrasto Mine composta di navi cacciamine donate da diversi Paesi del Vecchio Continente, ha ottenuto durante un’esercitazione dell’Alleanza Atlantica la certificazione di “Mission Capable”: a livello teorico permette agli ufficiali ucraini di prendere il comando di una formazione Nato. Io credo che sia indispensabile sostenere la resistenza all’invasione russa con ogni mezzo e che l’Occidente debba far tesoro delle competenze acquisite da Kiev in quattro anni e mezzo di lotta senza quartiere. Temo però che stiano venendo sottovalutati i rischi dell’inserimento formale dell’Ucraina nell’organizzazione militare e industriale della Ue e del Patto Atlantico nel mezzo di una guerra totale con Mosca. Il percorso per l’ingresso ucraino nella Ue è stato già definito, ma si è sempre ribadito che prima era necessario far tacere le armi. Mentre oggi aumenta l’osmosi bellica senza che ci siano progressi diplomatici, spingendo così l’Europa in una zona grigia carica di incognite.

L'ammiraglio Daryl Caudle

L’ammiraglio Daryl Caudle 

Il bastone del comando

C’era una volta Lisa Franchetti, la prima donna arrivata al vertice della Us Navy. Una scelta fatta dall’amministrazione Biden che aveva nominato alla guida della Marina un ufficiale di indubbi i meriti e trasmesso un segnale al mondo intero. Il testosteronico ministro trumpiano Pete Hegseth l’ha rimossa senza spiegazioni nel febbraio 2025, scegliendo al suo posto Daryl Caudle, un ammiraglio con una lunga esperienza operativa e soprattutto poco incline alla parità di genere nei ranghi della Marina. Il New York Times ha rivelato come Caudle si sia dato da fare per entrare nelle grazie di Hegseth. Ancora prima che l’anchorman della Fox si insediasse al Pentagono, l’ammiraglio si sarebbe offerto di collaborare alla stesura dei suoi programmi e poi si sarebbe candidato alla poltrona più importante, affidandosi alla mediazione di un avvocato molto vicino al ministro e al presidente. Nel frattempo non ha risparmiato frecciate sessiste contro Franchetti, suo comandante. Peccati veniali? Un tempo i codici etici statunitensi erano rigorosi nel sanzionare i rapporti sottobanco tra militari e politici; nell’era Trump ormai le regole sono saltate. Di sicuro Caudle non era nella lista dei papabili per il massimo incarico – era stato indicato per una poltrona forse più inquietante, quella dello Us Strategic Command che gestisce le armi nucleari – ma Hegseth ha preteso la sua promozione. Le posizioni dell’ammiraglio sul tema delle molestie sessuali non devono essergli dispiaciute. Caudle ha dichiarato: “Se uno va in giro nella foresta ricoperto di miele, non dovrebbe essere una sorpresa se venisse aggredito da un orso. Se uno indossa catene d’oro e orologi vistosi a Harlem, rischia di venire rapinato”. Parole interpretate dai marinai come una stigmatizzazione degli atteggiamenti provocatori delle vittime di reati sessuali.

Missili intercontinentali cinesi

Missili intercontinentali cinesi 

Macchine di guerra

Gli artigli del Dragone si allungano. Mentre le scorte statunitensi di cruise Tomahawk fanno i conti con i vuoti provocati dal conflitto contro l’Iran, l’armata missilistica della Repubblica Popolare continua a crescere in quantità e qualità. Le brigate cinesi in tre anni hanno aumentato del 35 per cento il numero di missili balistici a media portata e di cruise nella prospettiva di una – come la chiamano i loro manuali – “pioggia di acciaio su Taiwan”. I silos sotterranei per ospitare ordigni intercontinentali con ogive nucleari per minacciare gli Usa spuntano come funghi. E ci sono micidiali miglioramenti introdotti per superare le difese americane: navette con testate atomiche multiple e capacità di manovra nella fase finale dell’attacco. Due modelli di missili lanciabili dai sottomarini in immersione – il Type 096 e il nuovissimo JL-3, che può raggiungere gli Usa partendo dalle acque costiere della Cina – segnano un notevole passo avanti nella sfida dell’apocalisse. E c’è molta attenzione per gli sviluppi del bombardiere “invisibile ai radar” H-20. Al momento si ritiene che Pechino abbia 600 testate nucleari operative e intenda arrivare a mille: una corsa alle armi di distruzione totale che non si vedeva dal momento più cupo della Guerra Fredda. Secondo il think tank Csis, oggi al Pentagono sono rimasti solo 827 intercettori Patriot e 278 Thaad: è statisticamente impossibile che possano fermare tutte le armi cinesi puntate contro gli States.

Il rendering della fregata Fremm Evo di Fincantieri @ Fincantieri

Il rendering della fregata Fremm Evo di Fincantieri @ Fincantieri 

L’onere delle armi

Continua la diatriba nel governo Meloni sui prestiti del Safe, i finanziamenti concessi da Bruxelles per sostenere il riarmo europeo. Il ministro degli Esteri Tajani ha ricordato che l’Italia ha prenotato fondi per 14,9 miliardi e che entro l’anno ne prenderà una quota significativa compresa tra 6 e 9 miliardi. La Lega è insorta, chiedendo – principio giusto – che a decidere sia il Parlamento. Fonti della Commissione Ue hanno ricordato che la scelta va fatta entro inizio novembre, poi i fondi non incassati saranno ridistribuiti tra i Paesi in lista d’attesa. Tutte le altre nazioni stanno intascando le prime rate, spesso con shopping in Italia. Il Portogallo ad esempio riceverà 5,8 miliardi con cui ha ordinato anche tre fregate Fremm Evo da Fincantieri, che sono state progettate per affrontare sciami di droni e intercettare missili balistici. Pure la Grecia, che vuole dal Safe meno di un miliardo, punta a dotarsi delle stesse navi made in Italy.

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