LA PRONUNZIA DELLA CORTE D’APPELLO DI TRIESTE N. 243/2017 DEL 20/04/2017.

La decisione qui annotata si inserisce nella diatriba che da tempo divide la giurisprudenza e la dottrina, riguardo la possibilità di configurare un concordato con continuità ex art. 186-bis l.f. nel caso di affitto a terzi dell’unico o del principale ramo aziendale con previsione di vendita in un momento successivo, nell’ambito di un piano concordatario. Nel caso sottoposto all’esame della Corte d’Appello di Trieste, nel procedimento di reclamo ex art. 18 l.f., una società (con sede a Pordenone) dopo aver depositato il ricorso ex art. 161 sesto comma l.f., aveva proseguito per alcuni mesi l’esercizio dell’attività d’impresa direttamente, onde salvaguardare i livelli occupazionali e i relativi valori di funzionamento dell’azienda, nonché scongiurare il rischio di interruzione della fornitura di alcuni clienti, condizione questa che avrebbe determinato non solo la perdita dell’avviamento commerciale, ma anche possibili azioni di risarcimento danni ad opera dei clienti stessi. Venuto a mancare il sostegno finanziario degli istituti di credito, a seguito della presentazione del ricorso con riserva, la ricorrente aveva quindi avviato trattative per la vendita dell’azienda, ricevendo un’offerta di affitto temporaneo ed una separata offerta irrevocabile di acquisto da soggetti terzi, sempre nella fase c.d. “prenotativa”. A seguito della procedura competitiva disposta dal Tribunale di Pordenone ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 163-bis l.f., la società era stata autorizzata a sottoscrivere il contratto di affitto con la proponente, laddove il ramo affittato rappresentava la parte preponderante dell’attività svolta. Poco prima della sottoscrizione del suddetto contratto, la società depositava la proposta ed il piano ad integrazione del ricorso ex art. 161 sesto comma l.f. (concordato c.d. “pieno”), qualificandolo come piano concordatario a carattere misto ex art. 186-bis l.f. con prevalenza della componente in continuità aziendale rispetto a quella liquidatoria, con soddisfazione dei creditori chirografari in una percentuale inferiore al 20%. Nello specifico il piano, considerata la proposta irrevocabile d’acquisto formulata dall’affittuaria, prevedeva la successiva cessione dell’azienda all’aggiudicatario all’esito di una ulteriore procedura competitiva. Il Tribunale di Pordenone, tuttavia, con decreto ex art. 162 l.f., emesso in data 19.1.17 e depositato il 24.1.171, sanciva l’inammissibilità della domanda di concordato preventivo della società, escludendo l’applicazione dell’istituto di cui all’art. 186-bis l.f. nel caso in esame e, pendendo istanza di fallimento, provvedeva con separata sentenza a dichiararne il fallimento. Il Tribunale, «pur non ignorando le incertezze interpretative in ordine alla latitudine applicativa dell’art. 186 bis l.f.», riteneva «che l’affitto dell’azienda non sia compatibile con il concordato c.d. in continuità e a tale conclusione depongono: I. l’omessa previsione normativa nell’ambito dell’art. 186 bis l.f.; II. la riferibilità a terzi della continuità temporanea cui è funzionale l’affitto; III. la cessazione dell’attività imprenditoriale del debitore conseguenti all’affitto e alla successiva vendita. Invero, il concordato in continuità non può che comportare una sopportazione del rischio d’impresa da parte dei creditori concorsuali che può giustificarsi e sussistere se e fino a quando l’impresa sia gestita dall’imprenditore e la gestione continui a presentare dei profili di aleatorietà. Nella fattispecie in esame nessun rischio si può ravvisare dal momento che sono predeterminati i criteri e i corrispettivi dell’affitto e della successiva cessione dell’azienda». A seguito del reclamo della società fallita, la Corte d’Appello di Trieste veniva investita della questione, peraltro già dibattuta da importanti Tribunali del suo distretto: da un lato Udine, che aveva aderito alla tesi secondo cui l’affitto formalizzato prima della domanda di concordato qualificava la procedura in continuità2; dall’altro Pordenone – come visto – era di diversa opinione, con le note conseguenze di cui all’art. 160 ultimo comma l.f. (obbligo di assicurare ai chirografari di una percentuale minima del 20%). Ebbene, la Corte d’Appello in commento avalla la decisione del Tribunale di Pordenone, ritenendo estranea al dettato normativo dell’art. 186 bis l.f., (secondo cui il concordato con continuità aziendale può aver luogo o mediante «prosecuzione dell’attività d’impresa da parte dello stesso debitore, oppure mediante cessione dell’azienda in esercizio, oppure ancora mediante conferimento dell’azienda in esercizio in una o più società anche di nuova costituzione»), la prosecuzione dell’attività da parte dell’affittuario dell’azienda, nella specie dopo la presentazione della domanda di concordato, quand’anche finalizzata alla sua cessione, in quanto, contrariamente: – si determinerebbe “un’inammissibile estensione analogica”dell’art. 186 bis l.f., “in contrasto con l’art. 14 delle disposizioni sulle legge in generale”, trattandosi di norma che fa eccezione alla regola generale di cui all’art. 160, ultimo comma, l.f. (che prevede il pagamento di almeno il 20% dell’ammontare dei creditori chirografari); – il rischio passerebbe all’affittuario e, in caso di fallimento di quest’ultimo, potrebbero ricadere sull’incolpevole debitore in concordato i provvedimenti punitivi previsti dall’ultimo comma dell’art. 186 bis (ossia la revoca del concordato ex art. 173 l.f. per il caso di cessazione dell’attività d’impresa); – l’affitto d’azienda risulterebbe incompatibile con i precetti di cui alle lettere a) e b) del secondo comma dell’art. 186 bis l.f., con funzione di cautela per i creditori, e detta disposizione è comunque di difficile coordinamento con quelle di cui agli artt. 169-bis l.f. e 2558 c.c. in tema di rapporti giuridici in corso.

Avv. Marco Greggio

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