May perde la scommessa, la sterlina paga il conto

MILANO – E’ la sterlina a risentire maggiormente dell’esito a sorpresa delle elezioni per il Parlamento del Regno Unito, che hanno sancito il fallimento della scommessa di Theresa May: voleva una maggioranza più solida per affrontare senza intralci le complesse trattative su Brexit con la Ue, si ritrova a dover contare sul partito unionista nord-irlandese Dup per tenere il governo. La divisa britannica paga il conto di questo azzardo e cede terreno come non accadeva dallo scorso gennaio, portandosi ai minimi da nove mesi. Ora servono 0,878 sterline per un euro e 1,27 dollari da quasi 1,3 della sera scorsa. L’euro chiude indebolendosi leggermente sul dollaro sotto 1,12. Qualche piccola pressione si vede anche sui titoli di Stato inglesi, con leggero aumento dei rendimenti mentre gli altri europei sono stabili o in diminuzione.

Il Parlamento bloccato indebolisce la valuta e rende più difficili le trattative per Brexit. Vincenzo Longo di IgMarkets sottolinea che “l’incertezza politica è massima e non è una cosa da poco conto per un Paese non è abituato a una simile situazione”. Francesco Citta di Copernico sim ritiene che “potrebbero esserci interessanti spunti sul fronte azionario soprattutto considerando quelle società il cui fatturato è generato dalle esportazioni”. Dal Credit Suisse, il cio Michael O’Sullivan scrive che “a undici giorni dal via alle trattative con la Ue una leadership Tory instabile e un Partito laburista spostato a sinistra non aiutano: probabilmente la Gran Bretagna sarà portata a cedere terreno nel dialogo su tematiche come l’immigrazione”. Quanto alla Banca d’Inghilterra, “il risultato significa che dovrà avere un atteggiamento più ‘da colomba’”. Mark Phelps si AllianceBernstein non è sicuro che si avvii un periodo d’incertezza: “La crescita del Regno Unito potrà essere un po’ più bassa”, ma complessivamente “quella europea sta migliorando e gli investitori dovrebbero concentrarsi sui fondamentali aziendali”.

 

I movimenti dei mercati non sono comunque di rilievo: nulla a che vedere con quanto accaduto nel giugno scorso, a valle del referendum sul divorzio tra Londra e Bruxelles. Sul fronte azionario risuonano ancora nelle sale operative le parole di Mario Draghi, che ha segnalato l’inizio di un cambiamento di politica monetaria alla Bce ma ha fatto capire che il percorso di normalizzazione sarà molto lento e prudente; e la testimonianza dell’ex numero uno dell’Fbi, James Comey, che getta una luce opaca sull’elezione di Trump e dà il via ad accuse reciproche. Ma, nel complesso, la ridda di eventi del super-giovedì non sembra aver fatto deflagrare reazioni eccessive tra gli addetti ai lavori.
May perde la scommessa, la sterlina paga il conto
Il confronto tra le reazioni di alcuni asset alla notizia di Brexit (in blu) e quelle attuali (in arancio). Non c’è paragone tra i due “livelli di sorpresa”, solo la sterlina registra per ora un movimento significativo
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I listini europei chiudono cauti ma positivi: Milano segna +0,34% finale, Parigi aggiunge lo 0,67%, Francoforte lo 0,8%. Meglio Londra, che sale sull’indebolimento della sterlina e guadagna l’1,04%. Wall Street segna nuovi record intraday e alla chiusura dei mercati europei il Dow Jones e l’S&P 500 aggiungono mezzo punto percentuale, il Nasdaq sale dello 0,1%.

Lo spread tra Btp e Bund tedeschi scende verso 180 punti base per un rendimento del decennale italiano sotto il 2,1%. Il comparto bancario ha beneficiato della riduzione del differenziale Italia-Germania, che gli osservatori legano al naufragio della legge elettorale e quindi all’allontanarsi della prospettiva di voto anticipato. Dopo la chiusura dei mercati potrebbe arrivare la revisione del rating da parte di Moody’s. Qualcosa pare muoversi anche sul fronte delle banche venete, anello debole della catena del credito dopo che l’affare Mps si avvia a soluzione. Secondo quanto ricostruisce Repubblica in edicola, anche Unicredit insieme ad Intesa avrebbe aperto all’intervento di sistema per trovare gli 1,2 miliardi privati che – come chiede Bruxelles – sono necessari per dare poi il placet all’aumento di capitale precauzionale dello Stato. Tra i titoli del comparto bancario si mette in evidenza Ubi in vista dell’aumento di capitale da 400 milioni utile all’integrazione delle tre good bank (Etruria, Marche e CariChieti) e con la promozione di Equita a “buy”.

Sul fronte macro si registra che il surplus della bilancia commerciale tedesca ad aprile è stato di 19,8 miliardi contro i 20 stimati e i 19,9 di marzo. L’export è salito dello 0,9% su mese e l’import dell’1,2%. La Bundesbank ha intanto alzato le stime di crescita del Pil tedesco del periodo 2017-2019. La banca centrale tedesca si aspetta adesso una crescita in rialzo dell’1,9% quest’anno (rispetto al +1,8% comunicato lo scorso dicembre), dell’1,7% per il 2018 (+1,6% la stima precedente) e dell’1,6% per il 2019 (da +1,5%). Battuta d’arresto inattesa per la produzione industriale francese, scesa dello 0,5% congiunturale ad aprile in francia, dopo un aumento del 2,2% il mese precedente. Anche in Gran Bretagna i numeri della produzione industriale hanno deluso: è salita dello 0,2% su mese ad aprile e scesa dello 0,8% su anno, al di sotto delle previsioni (+1% e +0,1%). In Italia, l’Istat segnala la crescita degli occupati nel primo trimestre ,emtre Bankitalia rilascia proiezioni in rialzo sulla crescita italiana con un aumento del Pil dell’1% per quest’anno e dell’1,2% per il 2018 e il 2019. Negli Usa, le scorte di magazzino sono scese più delle attese dello 0,5% ad aprile.

In mattinata, già la Borsa di Tokyo non si è scomposta particolarmente per le rivelazioni di Comey o per l’esito incerto del voto Uk: il Nikkei ha chiuso in rialzo dello 0,52%. In evidenza il titolo di Softbank, salito fino ai massimi da 17 anni sulla scia delle previsioni di business superiori alle attese rilasciate dalla partecipata cinese Alibaba (le cui azioni si sono impennate) e della notizia della acquisizione di due società di robotica avanzata messe in vendita da Alphabet (Google): Boston Dynamics e Schaft. L’inflazione in Cina è scesa dello 0,1% su mese a maggio e salita dell’1,5% su anno. I prezzi alla produzione sono saliti del 5,5% su anno.

Tra le materie prime, il prezzo del petrolio torna a salire dopo l’arretramento determinato dal rialzo delle scorte Usa. Alla chiusura delle Borse europee, il Wti risale a 46 dollari al barile e il Brent si porta a 48,3 dollari. L’oro è invece in arretramento a 1.267 dollari l’oncia.

 

Fonte: Repubblica.it

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