Napoli, boom di poveri I paperoni sono 4mila

Le due città, le due Napoli, non sono più facilmente rintracciabili nella vita sociale, trasformatasi e moltiplicatisi, ma resistono nella ricchezza. La quasi decennale crisi economica ha ancor di più polarizzato Napoli tra molto abbienti e molto poveri. E sono cresciuti anche i clienti top per le banche, tanto che Intesa ha deciso di potenziare il numero di addetti alla gestione dei patrimoni superiori ai dieci milioni di euro. Lo farà anche a Firenze, dopo averlo già fatto a Torino. Una Napoli di Paperoni, quindi, ma anche una Napoli di senza reddito, di eredi dei leggendari lazzaroni. Del resto per capirlo non ci voleva la zingara.

La conferma è sancita dai numeri, in particolare da quelli dell’Agenzia delle Entrate riferiti al 2015, gli ultimi accessibili. Ebbene a Napoli (l’esclusiva area urbana) i redditi superiori ai 120mila euro sono lo 0,97 per cento (che corrispondono a 4645 persone), contro una media nazionale dello 0,69. Superiori, quindi, ma molto inferiori a quelli di Milano (3,07) e a quelli di Roma (1,69). Più alta pure la percentuale dei redditi napoletani compresi tra i 55mila e i 120mila euro. È più alta della media nazionale (0,39 per cento) anche la percentuale dei napoletani senza reddito (0,60), mentre i dati romani e milanesi sono più bassi di quelli italiani. Superiore a Napoli la percentuale dei redditi da zero a 10mila euro. In città sono il 35,18 per cento, in Italia il 30,20. Al centro resiste a fatica il ceto medio sempre più rosicchiato: tra i 10mila e i 26mila siamo sotto la media nazionale. Tra i 26mila e i 55mila i dati locali coincidono più o meno con quelli nazionali.

La fredda sintesi dei numeri sarebbe già eloquente di per sé. Ma possono venire in aiuto le chiose interpretative di Massimo Marrelli, ex rettore della Federico II e professore emerito di Scienze delle Finanze, che di suo ha elaborato i numeri, ai quali ha applicato il coefficiente di Gini, l’indice che misura la concentrazione della ricchezza e la diseguaglianza della distribuzione. «A Napoli, con questi dati fiscali – spiega – l’indice di Gini risulta più alto. Quello italiano è dello 0,3, quello della città è 0,38, mentre Roma e Milano sono più o meno allineate al dato del Paese: rispettivamente 0,29 e 0,28». È la conferma della sperequazione e la concentrazione del redditto in poche mani, quelle alle quali le banche guardano con interesse crescente. «Le cifre su cui si ragiona – aggiunge Marrelli – sono quelle delle imposte e quindi occorre aggiungere una variabile: l’opportunità di evasione più spiccata tra i redditi centrali che riguardano spesso l’imprenditoria minuta, costituita a Napoli da piccole e medie aziende che nascono e muoiono nel giro di un paio d’anni».

Fonte:Il Mattino

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