Bruni & Bruni, padre regista e figlio rapper, dalla cinepresa alla Dark Polo Gang

Sulla targhetta dell’appartamento trasteverino ormai c’è scritto solo interno sette. Qui abitano il regista e sceneggiatore Francesco Bruni e il figlio Arturo, in arte Dark Side, parte del controverso e seguitissimo collettivo rap Dark Polo Gang. Le strade di padre e figlio si sono incrociate al cinema. In Scialla! e soprattutto in Tutto quello che vuoi, il film in sala dall’11 maggio. Arturo/Dark Side interpreta uno dei ragazzi che si prendono cura di un anziano poeta, interpretato da Giuliano Montaldo, che li coinvolgerà in una caccia al tesoro. Francesco e Arturo sono seduti nel divano del salotto. Il confronto generazionale s’affaccia già nell’abbigliamento ‘da casa’: il giovane indossa ciabattone griffate di plastica su calzini variopinti, il padre delle sobrie, borghesissime, pantofole di lana beige.
FotoBruni & Bruni, padre regista e figlio rapper, dalla cinepresa alla Dark Polo Gang
Come mai avete tolto il nome sulla targhetta?
Bruni: “La sua popolarità – (indica il figlio, ndr) – ci ha costretto a prendere provvedimenti. Me ne sono accorto un giorno in cui alcuni ragazzi mi hanno fermato qui, sulla scalinata: ‘Lei è il regista di Scialla!?’. Io ho detto, tutto impettito: ‘Sì, certo’. ‘Ma allora lei è il padre di Dark Side, suo figlio è un genio’”.
Dark: “Lo abbiamo fatto per motivi di privacy. Preferisco anch’io, visto che non è casa solo mia, rispetto la privacy di mia madre, mio padre e mia sorella. Non vorrei si presentassero ragazzini molesti. E poi io non sto sempre qui, sto anche dalla mia ragazza.
Bruni: “Questa cosa della sua popolarità mi sorprende e mi mette in imbarazzo rispetto al film. Quando abbiamo girato, era il 2015, il loro successo non era neanche minimamente pronosticabile”.
Dark: “Più che parlare di successo direi che ero meno attivo di oggi, facevamo meno cose rispetto ad ora. C’è stato un incremento pazzesco del lavoro e del seguito per le cose che facciamo, le date e tutto”.
Bruni: “Quindi abbiamo scelto di farlo apparire nel manifesto del film come Arturo per tenere separati i due ambiti”.
Dark: “Ma sui social è venuto fuori…”.
Bruni: “La gente lo ha riconosciuto… ma non vorrei che si aspettassero un film sulla Dark Polo Gang, perché il film ha uno spirito completamente diverso da ciò che fanno loro”.
Video

Perché la scelta di Arturo attore?
Bruni: “Perché mi sono trovato scoperto su quel ruolo, doveva farlo Andrea Carpenzano, ma era talmente convincente che l’ho spostato come protagonista, mancavano due mesi all’inizio delle riprese e ho provato con Arturo che non mi sembrava avesse moltissima voglia”.
Dark: “È stato abbastanza casuale, anche perché io non ho mai desiderato fare l’attore, però mi sono buttato, ho fatto il provino. Mi sono divertito”.
Bruni: “La cosa che lo appassionava di più sul set era il catering, il buffet aperto”.
Dark: “Potevo mangiare quando volevo e poi ho fatto amicizia con gli altri attori. È stato un onore ma anche una fonte di ispirazione lavorare con Giuliano Montaldo. Stava sempre con noi a raccontarci storie e barzellette. Il cinema mi interessa molto ma semplicemente non mi sentivo portato per fare l’attore”.
Bruni: “C’è questa cosa curiosa che lui in realtà ha un carattere molto poco esibizionista, sembra paradossale dirlo. Notavo che nei primi concerti della Dark Polo Gang lui era sempre in seconda fila, non gli piace tantissimo essere guardato…”.
Dark: “Prima ero più schivo, ho dovuto farci l’abitudine, all’essere sotto i riflettori”.

Arturo, quando è nata la passione per la musica?
Dark: “Quella ce l’ho sempre avuta, fin da piccolo”.
Bruni: “Nei nostri viaggi in macchina l’autoradio era monopolizzata da lui. Prima, a otto anni, da Jovanotti, poi Eminem”.
Dark: “La musica mi piaceva tanto… ma non avrei mai sognato di fare questo di lavoro…”.

Quando avete formato questo collettivo?
Dark: “Con gli altri ci conosciamo da sempre, siamo un gruppo di amici. Nelle giornate in cui non c’era da fare niente, c’era un microfono a casa… io e Pyrex avevamo la passione per il rap. Giocando abbiamo provato qualche canzone, poi ci siamo accorti che tutti quelli che le sentivano le apprezzavano”.
Bruni: “Non lo so nemmeno io com’è andata; poi avete iniziato a metterle su YouTube?”.
Dark: “Gli amici ce lo hanno suggerito”.
Bruni: “Ma già quando aveva 14 anni Arturo frequentava già la scena, con il rap di Amir”.
Dark: “Sì, Amir, un rapper romano storico, uno dei pionieri qui a Roma. Io l’ho conosciuto quando ero molto piccolo, a dodici anni ho visto i suo video, ho fatto la comparsa per lui e lui mi ha fatto avvicinare a questa cosa…”.
Bruni: “Quando ho fatto Scialla! ho chiamato Amir e i suoi produttori e mi hanno fatto la colonna sonora e la canzone del film….”.

La Dark Polo Gang è un collettivo?
Dark: “Sì. Non siamo un gruppo classico in cui ci sono sempre tutti i componenti nelle canzoni, in realtà siamo una etichetta. Siamo una famiglia che segue vari progetti: ognuno ne ha uno suo, poi c’è quello collettivo”.

Rivalità tra voi?
Dark: “No assolutamente. Uno spinge l’altro, piuttosto. Poi quando abbiamo incontrato il nostro produttore Sick Luke, che compone le nostre basi, abbiamo iniziato a fare sul serio. È conosciuto a livello internazionale”.
Bruni: “Non avevo nessun sentore di quel che succedeva, ma mi faceva piacere che impegnasse i pomeriggi a fare questo con gli amici. Di fatto è quello che è successo anche a me quando ero a Livorno con Virzì: facevamo i filmettini vhs, gli spettacoli teatrali e nessuno di noi avrebbe mai immaginato che sarebbe diventata una professione. Da quando ho visto che lui si stava appassionando a questa cosa mi sembra di non aver mai messo bocca”.
Dark. “Ci deve essere sempre la passione per fare una cosa. E allora nemmeno te ne accorgi che può diventare un lavoro. Se invece parti per essere realizzato è più facile fare flop. Devi essere contento di quello che fai”.
Bruni: “Piuttosto che vederlo sulla scalinata di Viale Glorioso a far rotolare le bottiglie saperlo in uno studio con gli amici a provare a fare una cosa artistica a me e a sua madre ha sempre fatto piacere”.
FotoBruni & Bruni, padre regista e figlio rapper, dalla cinepresa alla Dark Polo Gang
Quando l’attività è diventata totalizzante e i pomeriggi sono diventati giornate?
Dark: “Da due anni ci siamo messi a lavorare con continuità”.

Il primo successo?
Dark: “Non so, cosa intende per successo? Non lo so. A un certo punto la famiglia Morandi ci ha salutato e abbiamo capito che eravamo diventati virali”.
Bruni: “Morandi ha fatto un video su Facebook con il figlio: ‘Cosa ascolti?’. ‘Dark Polo Gang’. ‘Parlami di Dark Polo Gang…’”.
Dark: “E poi numeri che parlano da soli, milioni di visualizzazioni”.
Bruni: “Il primo video di grande successo forse è stato Cavallini”.
Dark: “Fatto con Sfera Ebbasta, che è un ragazzo di Milano. È stato il primo video che ha avuto un numero altissimo di visualizzazioni”.

A Milano siete piaciuti prima che a Roma…
Dark: “Sì, diciamo che Milano è più aperta, ci ha accolto prima di Roma. A Roma sono più chiusi, competitivi”.

Il vostro è un collettivo rap diverso per temi e scelte estetiche da quello classico.
Dark: “Sinceramente non mi sento di essere diverso o simile a qualcosa, noi siamo quello che siamo noi, tutte queste etichette che mette la gente sulle cose sono una cifra limitative. Che il rap debba essere necessariamente di ribellione. Conosco gente che fa musica rap e parla di farfalle… Per quanto riguarda la rivalsa, nessuno di noi viene da una famiglia povera; non siamo nemmeno figli di milionari o di papà ma neanche di morti di fame. Però un lavoro serviva anche a me. Adesso se non facevo questo non so sinceramente cosa starei facendo”.
Bruni: “Ha fatto anche l’attrezzista di scena fino a poco tempo fa. E sì, i Dark Polo contraddicono l’immagine del ragazzo di strada. Molti rapper di successo sono di famiglia molto più benestante dei Dark Polo”.
Dark: “È un cliché americano, i film alla 8mile. La gente lo vede e tende ad imitare quello. C’è molto il fatto che in Italia, visto che il rap non è nella nostra cultura, fa sì che si scimmiotti l’America. E quindi invece di ritrovarsi dei veri artisti che si esprimono tramite il rap come forma troviamo fan che fanno imitazioni degli americani e vengono fuori i cliché: il gangster, il ghetto… è come se tutti i registi italiani si ispirassero a Tarantino”.
Bruni: “Che bella questa chiacchierata, sto imparando un sacco di cose che non avrei mai saputo…”.
Dark: “Tu puoi fare il rap o essere figlio di Agnelli o di un magistrato, però dillo. C’è un sacco di gente che lo è e non lo dice e parla delle palazzine…”.
Bruni: “I loro codici mi sfuggono per la maggior parte ma per quel poco che capisco io quel che mi piace di loro è che contraddicono l’immagine truce, cupa e torva appunto del rapper tradizionale e sono per certi versi anche sono allegri e un po’ ribaldi. Ci sono due cose che mi colpiscono: da un lato l’adesione totale al messaggio consumistico, l’ostentazione dei beni e dei marchi, che non mi piace. Dall’altra questa cosa è portata a un livello talmente parossistico che diventa parodia. Non so quanto sia nelle loro intenzioni ma mi pare che alla fine ci sia anche qualcosa di comico in questa loro esibizione”.
Dark: “…dico solo questo: io guadagno dalla gente che crede che a me importi solo dei soldi… e questa cosa attacca perché alla gente importa molto dei soldi e delle cose materiali più di quanto importi a noi. Anche se certo i soldi servono”.

Voi siete anche dei trend setter.
Dark: “Per come vedo il mondo io mi pare una cosa abbastanza ovvia, mangiare bene, vestirsi bene …perché uno dovrebbe vestirsi brutto? Ma non vorrei che pensassero della Dark Polo che vuole le giacche di Gucci da diecimila euro, non è quella la cosa. È avere stile, non spendere soldi”.
FotoBruni & Bruni, padre regista e figlio rapper, dalla cinepresa alla Dark Polo Gang
Era cosciente di questa evoluzione di Dark?
Bruni: “Sì, anche perché fino a un certo punto i soldi ce li mettevo io…. Ma confesso che ho una foto di quando facevo il centro sperimentale e ho una maglietta con le maniche tirate su e un gilet. E poi le lacoste, il loden solo blu, i Camperos, le Clarks. Ma erano dettami di moda molto inquadrati che ti facevano fare parte di una tribù, eri pariolino, a Roma, o alternativo. Loro sono più originali secondo me, non si inquadrano in un tipo di stile, hanno il loro”.

Dark Side, il successo ti ha spaventato? Stare al centro dell’attenzione…
Dark: “Ogni tanto non me ne rendo neanche conto. Poi mi ritrovo 300 persone fuori dal ristorante. Mi fa piacere ma ci sono anche limitazioni. Se qualcuno sa dove abito è fastidioso”.

Avete molti hater.
Dark: “Non li calcolo proprio. Argomento chiuso. Non leggo. Non sono uno sfigato e non perdo tempo a pensare alla gente cui sto antipatico. Ho molto da fare, lavoro, amici, una ragazza”.
Bruni: “Sulla pagina Facebook del film ci sono anche molti commenti affettuosi… però hai smesso di prendere i mezzi pubblici”.
Dark: “Con la fama devi cambiare il carattere, ho imparato ad essere meno attaccabrighe”.

Prima eri fumantino?
Bruni: “Se qualcuno lo provocava non si tirava mai indietro, purtroppo, e questo e gli hater è tuttora fonte di molta ansia per me. Ma ora sa cosa si giocherebbe per una cazzata”.

Ma da chi ha preso questo carattere?
Bruni: “Non ho nessuna idea. Fin da bambino è sempre stato tempestoso, ma anche molto allegro. Ricordo una cena con Benigni quando mia moglie Raffaella girava La vita è bella, portammo Arturo e Roberto era sconvolto. Eravamo a Terni e Roberto disse: ‘La cascata delle Marmore è lui’. È sempre stato solare ma di grande insofferenza fisica. A scuola ha sofferto come un cane e abbiamo sofferto come cani anche noi. Non riusciva fisicamente a stare in classe. I professori dicevano, e questo l’ho raccontato in Scialla!, ‘ogni ora dopo dieci minuti chiede di uscire e poi sta fuori il resto del tempo’”.

Non si è trattato di ribellione all’autorità?
Bruni: “È proprio un dato fisico suo. È una persona che fa fatica a stare ferma e se lo metti in un angolo reagisce molto male. Ma è sempre stato un bambino vitale, credo che la scuola non sia stata un’esperienza fortunata, che lo abbia segnato in questo senso”.

Quali scuole?
Bruni: “Tutte le scuole”.

Ma che succedeva?
Dark: “Non lo so, ma non mi piaceva a scuola stare in classe”.
Bruni: “Credo che non abbia mai trovato quella figura miracolosa che c’è ogni tanto che tira fuori il meglio di te”.
Dark: “E, sì, i professori estremi mi sono sempre stati antipatici. Mi pare di aver incontrato persone cattive”.

Perché le vostre canzoni hanno avuto successo?
Dark: “Intanto perché le nostre basi spaccano. La musica senza dubbio; abbiamo uno dei produttori più forti d’Italia, d’Europa e anche nel mondo proprio, un genio. E non ti possono non piacere a livello musicale. Poi di sicuro abbiamo un vocabolario riconoscibile. E poi non è mica tutto così casuale, noi ci siamo fatti il mazzo…”.
Bruni: “Apprezzo che tu abbia detto mazzo”.
Dark: “…lavorando un sacco di ore, facendo un sacco di concerti per l’Italia in macchina affittate da noi, prendendo pochissimo. Non è così strano…”.

Parliamo dei testi.
Bruni: “Mi mancano gli strumenti per capire esattamente tutto quello che intendono dire”.
FotoBruni & Bruni, padre regista e figlio rapper, dalla cinepresa alla Dark Polo Gang
C’è un problema generazionale?
Dark: “Noi raccontiamo quello che abbiamo visto, quello che conosciamo. Cose belle, altre meno, ma vere comunque
Bruni: “Sì, però c’è un gioco linguistico. Non è mai un racconto classico è più una improvvisazione verbale in cui cogli alcuni elementi”.
Dark: “Non è proprio un racconto, è più una foto, un insieme di istantanee. C’è un professore che ha vivisezionato i miei testi per cercare dove fossero le rime, c’è chi fa queste cose per metterci dentro uno schema però ci sono tracce con più o meno rime, più cantate o secche”.
Bruni: “Riferimenti alla moda, al cinema, alla strada, al costume. Ma non sono la persona più attrezzata per apprezzarli… mi fanno simpatia… e un po’ di preoccupazione”.

Perché?
Bruni: “Perché il messaggio è contraddittorio. L’esibizione del benessere e del successo attira da una parte ammirazione, dall’altra anche odio e questa cosa mi preoccupa perché vorrei che nessuno lo odiasse”.
Dark: “Perché io ho l’idea forse stupida che finché tu non mi conosci a me non me ne frega niente di ciò che pensi di me. Se uno si fa un’idea di me solo sulla base di pochi elementi per me è un cretino. Se poi mi conosci e poi non mi conosci? Se vuoi sapere chiedi…”.

Ricorrono marchi di moda, parole e concetti un po’ violenti.
Dark: “Quando faccio musica mi viene da fare quelle rime. Non ci metto la mia vita privata. Da ragazzino andavo a scontrarmi con i fascisti. Ma non ti vengo a dire questo nelle canzoni”.
Bruni: “E non parli di amore”.
Dark : “…e non parlo delle mie cose private. È più un ritratto generale”.

Da dove attingi?
Dark: “Da quello che vedo tutti i giorni”.
Bruni : “Come me: osservazione della realtà”.

Con risultati abbastanza diversi…
Bruni: “Ci mancherebbe che io scimmiottassi il loro stile e viceversa”.

Il soprannome Dark Side?
Dark: “Gioco di parole: prima mi chiamavo Said, come il personaggio del film L’odio. Poi il gruppo si chiama Dark e così è diventato DarkSide. L’odio è uno tra i film che preferisco, il preferito è Scarface”.
Bruni: “Ha il poster sopra il letto”.

Lo sceneggiatore che dice?
Bruni: “Cerco di trovare qua e là qualche barlume di significato che mi possa arrivare, quindi ripeto l’ostentazione e la parodie dell’ostentazione”.
Dark : “È quello.”
Bruni; “È quello a cui mi aggrappo, come mio desiderio, alla chiave ironica. Perchè io lo conosco”.
Dark: “Prendo in giro quelli che veramente ci credono. Ho visto un video con interviste di ragazzi a Napoli, l’intervistatore chiedeva: ‘Perché vi piace la Dark Polo?’. E loro: ‘Chille so’ i migliori, tengono e collane d’oro e ci piace di scopare le mignotte…’. Ero inorridito. Io non dormo cinque giorni di fila per lavorare e stare tranquillo, ho 22 anni e non 16. Sono fidanzato da cinque anni… non è un gioco per noi questa cosa ed è anche molto in evoluzione e i testi e le canzoni cambiano insieme a quello che stiamo vivendo noi”.

Avete avuto momenti molto conflittuali?
Bruni: “Sì”.
Dark: “Ma non ne voglio parlare”.
Bruni: “Viviamo sotto lo stesso tetto, c’è bisogno di rispetto reciproco. È importante per me avere un certo contatto, sapere che lui sta bene”.

Il momento più difficile?
Bruni: “L’adolescenza. I primi anni del liceo, quando ancora non aveva trovato la sua strada né sentimentale né artistica. È stato un periodo complicato…”.
Dark: “Ero un po’ casinaro”.
Bruni: “Era molto difficile tutte le mattine svegliarlo e portarlo a scuola. Quello era l’incubo delle nostre giornate”.
Dark: “Non mi piaceva andare a scuola, preferivo stare per strada”.
Bruni: “È lui il personaggio di Scialla! fondamentalmente”.

Torniamo ai testi. Come siamo arrivati a quei concetti violenti?
Dark: “Ci siamo accorti di quel che succede ma non c’è niente di macchinoso e premeditato in quel che facciamo. Si vedrà con la musica, le prime cose sono più cupe e cattive, adesso il progetto di Toni Wayne, Twins, è tutta una cosa colorata, le canzoni si chiamano Caramelle e Cono gelato. I testi più crudi sono legati a un periodo in cui facevamo cose diverse. Ora stiamo facendo tutte le sere la festa. Tu trasmetti quello che vivi, ora siamo in fase positiva”.

Ma la cattiveria?
Dark. “C’era la voglia di colpire usando frasi forti, un modo di entrare in scena a gamba tesa, di dire ‘ci siamo anche noi'”.

Ma la tua ragazza quando legge parole come ‘troia’ che dice?
Dark “La mia ragazza sa a che mi riferisco, su cosa faccio leva. Sono il contrario di quel che può sembrare. La gente fa confusione tra personaggio e persona. Noi diciamo parole forti, però poi la gente sente solo quelle, capito? Come soldi e troia e pezzi. C’è chi è arrivato a dire che noi diciamo troia per dire donna. Ma sei cretino? Troia è riferito a tutto quell’immaginario purtroppo di donne di pochi valori. E a volte non sono nemmeno donne, è riferito a uomini e donne, è un intercalare anche detto a un uomo. Come il bitch americano. È come quando si dice di una persona che fa di tutto per soldi, è una puttana. Si dice anche di un uomo. E quello è. Io di sicuro non sono maschilista, lo puoi chiedere alla mia mamma che è la persona che mi ha insegnato più cose in vita. Ho un grandissimo rispetto per le donne, molto più che per gli uomini”.

Il concetto di responsabilità?
Dark: “Ho capito che certi ragazzini limitati prendono un messaggio sbagliato rispetto a quello che dico. E infatti quando ho la possibilità lo chiarisco sempre. Becco ragazzini per strada che mi dicono: ‘Oh sai ho la droga’. Io gli mollo uno scappellotto in testa e gli dico ‘sei un cretino, vai a scuola… ‘. Ma non posso spiegare tutto a tutti”.
Bruni: “Un artista non è un educatore, altrimenti non ci sarebbero stati i Rolling Stones, i Sex Pistols, Lou Reed. Un artista rappresenta il mondo, non insegna come si vive”.
Dark: “A quello ci devono pensare i genitori. Ho visto tanti film violenti, musiche violente. Ma la mia educazione di certo non l’ho presa da là. Di dicuro non dalla musica”.
Bruni: “Mi fa piacere”.

 

Fonte: Repubblica.it

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