Bufera su Trump per il licenziamento del direttore del Fbi

Stando al “New York Times”, pochi giorni prima di essere licenziato dall’incarico di direttore del Fbi, James Comey avrebbe chiesto al ministero di Giustizia un “significativo aumento delle risorse” in denaro e personale, per l’indagine sul Russiagate. La richiesta sarebbe avvenuta durante un incontro con il vice ministro di Giustizia, Rod Rosenstein, che insieme al suo capo, Jeff Sessions, ha raccomandato a Trump il licenziamento di Comey. Sarah Flores, portavoce del mistero della Giustizia Usa, ha smentito la notizia, bollandola come “falsa al 100%”, mentre ha ribadito che la Casa Bianca “Incoraggia l’indagine sulla Russia ad andare avanti” e che “l’uscita di Comey non comporta alcun cambiamento”. Gli elementi forniti dai media sono però sempre più circostanziati. Di fatto la bufera è abbattuta, di nuovo, sulla Casa Bianca e il presidente rischia di non poterla governare fino in fondo. I democratici chiedono la nomina di un procuratore speciale, i repubblicani in Congresso per ora frenano. E martedì, in Senato, ascolteranno la “versione di Comey” durante un’audizione già programmata. Inoltre, in molti vedono, un pessimo tempismo nell’aver scatenato la “tempesta” proprio a poche ore dalla prima visita alla Casa Bianca di Sergeij Lavrov (emissario di Vladimir Putin) e dall’annuncio che Trump e lo zar del Cremlino si vedranno per la prima volta a margine del vertice G20, in programma ad Amburgo in Germania il 7 e 8 luglio. Putin ha però già dichiarato che la vicenda di Comey non avrà affetto sulle “relazioni” con gli Usa.
Per oltre una settimana Donald Trump ha soppesato le possibili conseguenze. Poi, quando martedì pomeriggio ha preso la sua decisione, non ha chiamato il direttore del Fbi James Comey. Ha preferito mandare una delle sue più fidate guardie di sicurezza private a consegnare la lettera di licenziamento contenuta in una cartellina al quartier generale del Bureau. Trump, ammettono due consiglieri, era sempre più infuriato per le indagini degli agenti federali sui legami della sua campagna elettorale con la Russia, frustrato dalla sua incapacità di controllarne anche la narrativa davanti all’opinione pubblica. Era solito chiedere costantemente ai suoi consiglieri perché il Russiagate non spariva dai resoconti di stampa e Tv ed esigeva da loro di difenderlo. Più di una volta il presidente avrebbe urlato guardando filmati che parlavano dell’inchiesta, riferisce un consigliere.

Il licenziamento del direttore del Fbi, il cui mandato scadeva nel 2023, segna un’altra svolta nella presidenza Trump. Comey è venuto a saperlo dalla Tv mentre si trovava a Los Angeles per un evento di reclutamento. Anche la gran parte degli altri alti funzionari non sapeva nulla della decisione di Trump, che ha sollevato critiche non solo da parte dei democratici ma anche da parte di molti repubblicani. “Il tempismo di questo licenziamento è molto problematico”, ha ammesso il senatore repubblicano del Nebraska Ben Sasse. Oltre al Russiagate e alla presunta incapacità di Comey di gestire in modo più duro le indagini sull’emailgate di Hillary Clinton, Trump si sarebbe mosso anche per il mancato sostegno ricevuto da Comey alle sue accuse relative alle intercettazioni subite per ordine di Barack Obama, accuse peraltro mai provate.
Martedì pomeriggio, guardando la copertura televisiva sul licenziamento di Comey, Trump era deluso e frustrato perché nessuno stava prendendo le sue difese: invece di stare davanti alle telecamere a sostenere la cacciata del direttore del Fbi, i consiglieri del presidente si stavano attaccando l’un l’altro per non aver compreso la gravità della situazione prima che gli eventi esplodessero. “Mancanza di strategia comunicativa”, ammettono dalla Casa Bianca. In serata, approntato in tutta fretta un canovaccio, alcuni consiglieri sono stati quindi mandati in Tv per rovesciare la narrativa sul licenziamento di Comey e parlare di un semplice avvicendamento burocratico. Ma la decisione ha un solo precedente nella storia americana: nel 1993 Bill Clinton licenziò l’allora direttore Williams S. Sessions, nominato da Ronald Reagan.
Comey era stato protagonista nella fasi finali della campagna elettorale per le presidenziali e i democratici gli avevano puntato il dito contro, accusandolo di aver favorito la vittoria di Trump. Ma le indagini sul Russiagate – avrebbe addirittura chiesto al Dipartimento di Giustizia più risorse da dedicare all’inchiesta proprio pochi giorni fa – ne avrebbero segnato le sorti. Nella lettera di licenziamento, Trump si è detto «grato» a Comey per essere stato avvertito in tre diverse occasione di non essere sotto indagine. La Casa Bianca afferma inoltre che il presidente ha agito in base a chiare raccomandazioni ricevute martedì sia del vice ministro della Giustizia Rod Rosenstein che dello stesso ministro Jeff Session. Il portavoce della Casa Bianca sostiene che non è stato Trump a richiedere queste raccomandazioni e che alla Casa Bianca nessuno sapeva che fossero in arrivo. Ma stando alla ricostruzione del sito Politico molte altre persone a conoscenza di quanto stava accadendo hanno riferito che per oltre una settimana Trump aveva parlato del licenziamento di Comey e che le raccomandazioni sono state scritte per dare al presidente una base logica per agire.
La ricerca per un sostituto inizierà subito, anche se una lista di candidati ancora non sarebbe stata approntata. Intanto, mentre nel quartier generale del Fbi lo choc è ancora nell’aria, l’umore sarebbe molto più euforico in casa di Roger Stone, lobbysta e stratega repubblicano frequentemente citato nelle indagini sul Russiagate. Secondo Politico, nelle ultime settimane sarebbe stato proprio Stone a incoraggiare più volte nelle ultime settimane Trump a prendere la decisione di licenziare Comey. Emblematica, da questo punto di vista, l’immagine postata da Stone sul suo profilo Twitter: un Donald Trump risalente al periodo di The Apprentice con la sua frase-simbolo: “You’re fired”, “Sei licenziato”.

Fonte: www.avvenire.it

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