‘Piigs’ e ‘Merci Patron’, due doc per la festa dei lavoratori

La precarietà, il neoliberismo, gli effetti collaterali della globalizzazione, le delocalizzazioni indiscriminate, l’amoralità di certo nuovo capitalismo di ritorno. Due documentari tesi e sferzanti per demistificare i dogmi economici e le basi monetarie (pseudo-scientifiche?) del nostro tempo, in quest’Europa con sempre meno welfare e sempre più populismi. Il primo è italiano ed è già in sala, il secondo è francese, ha già fatto mirabilie nel box-office d’Oltralpe e arriva nelle nostre sale oggi. Distribuito da Fil Rouge Media, PIIGS – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity è un docufilm autofinanziato scritto e diretto da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre. Tra Ken Loach e Inside Job, lavorato a lungo, può contare sulla voce narrante di Claudio Santamaria, su una gran mole di dati e ricostruzioni storiche e sulle interviste tra gli altri a Noam Chomsky (per il New York Times “probabilmente il più grande intellettuale vivente”), all’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, allo scrittore Erri De Luca, al giornalista-saggista Federico Rampini e a Stephanie Kelton, economista capo del budget del Senato degli Stati Uniti. PIIGS punta la macchina da presa nell’occhio del ciclone della grande crisi degli ultimi anni e delle tante parole truccate al vento. Un film, si sarebbe detto fino a poco tempo fa, glocal, globale e locale al contempo: non a caso prende le mosse dalla storia della sopravvivenza di una cooperativa sociale di Roma che assiste disabili e persone svantaggiate. “Il Pungiglione” sta fallendo. 100 dipendenti stanno per perdere il lavoro, 150 disabili non avranno più assistenza e il suo tracollo è parente stretto degli slogan d’ordinanza mitragliati dai fautori del pensiero unico economico europeo, sostengono, tra le righe, gli autori di PIIGS.
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Dall’acronimo sprezzante inventato nel 2009 dall’Economist, che sta per “Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna”, quei Paesi “maiali”, corrotti e inguaribili per “problemi strutturali se non antropologici” da rifondare o quantomeno da commissariare seguendo fideisticamente le ricette di banche centrali e troika. Ma è proprio vero che un altro modello di Eurozona è impossibile, che non esistono alternative al Fiscal Compact, al pareggio di bilancio, ai tagli selvaggi alla spesa sociale e perciò alla chiusura della stessa cooperativa “Il Pungiglione”? Sopravvivremmo comunque pur senza il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil? PIIGS sostiene che le politiche di austerità dell’Unione europea ci stanno conducendo sull’orlo del baratro, perché incidono direttamente sulla vita di ognuno di noi. Nel 2016 (dati Istat) erano 4 milioni e 600 mila i poveri italiani, e se allarghiamo lo sguardo al Vecchio continente il numero degli indigenti assoluti schizza a quota 120 milioni. Per non parlare della disoccupazione, giovanile e tout-court, della guerra tra ultimi e della levitazione delle diseguaglianze.

“PIIGS nasce dal desiderio di tre pazzi di capire cosa si nascondesse dietro la parola “crisi”. Parola ripetuta come un mantra da tutti gli organi di informazione, ma mai realmente decifrata. E per farlo abbiamo scelto il metodo a noi più congeniale, quello di un film fatto con pochissimi mezzi che avrebbe affrontato argomenti difficili e pressoché incomprensibili, come la macroeconomia e il circuito monetario – spiega Mirko Melchiorre, uno dei tre registi -. Credevamo che le cause di questa crisi risiedessero nella mala politica, nella corruzione e invece man mano che la nostra indagine andava avanti abbiamo capito che c’era qualcosa di più grande e complesso. Si trattava di guardare in faccia un ideale e prendere di petto un pensiero politico economico che è il vero nemico della democrazia e del bene comune, il neoliberismo”. Aggiunge Federico Greco, anche lui regista del film: “Oltre a essere un pamphlet contro le politiche economiche dell’Ue, PIIGS è un film che cattura lo spettatore dal punto di vista emotivo. Ce l’hanno confermato le anteprime”.

“Per troppo tempo certi argomenti sono rimasti a uso esclusivo di una ristretta cerchia di intellettuali: forse anche per questo ci ritroviamo in questa crisi stagnante. Vorremmo che il nostro film stimolasse un dibattito approfondito su temi che influenzano la nostra vita quotidiana, ma che per pigrizia o riluttanza abbiamo delegato a chi non ha poi fatto i nostri interessi” ci dice invece Adriano Cutraro, il terzo uomo dietro la macchina da presa di PIIGS. Ma il cinema può essere lo strumento giusto per ragionare sull’immane e ancora bruciante crisi economica? “Assolutamente sì. Lo abbiamo compreso con chiarezza vedendo La grande scommessa di Adam McKay – conclude Greco -. È ovviamente impensabile costringere la gente a studiare materie così ostiche; ma la settima arte può aiutare a renderle meno aliene, trasformandone le conseguenze sul nostro quotidiano in storie con personaggi riconoscibili e universali”.

Il primo maggio uscirà invece Merci patron!, già documentario dell’anno in patria, un contro-apologo sulla delocalizzazione delle industrie dove si ride per non piangere. Nel recensirlo, Le Monde ha tirato in ballo Ernst Lubitsch, Frank Capra e Michael Moore. La regia è di François Ruffin, giornalista, attivista nonché direttore di Fakir, un periodico satirico. Al centro del lungometraggio c’è la decisione controversa presa da Bernard Arnault, il Paperone di Francia, di chiedere la nazionalità belga e soprattutto di spostare in Bulgaria la produzione di decine di fabbriche del suo gruppo, lasciando senza lavoro migliaia di operai. Ruffin si è rimboccato le maniche, ha occultato la telecamera e ha filmato i tentativi maldestri di “persuasione” (soldi più assunzione alla Carrefour) di un luogotenente del magnate del lusso per comprare il silenzio dei coniugi Klur, per mezzo secolo alla catena di montaggio di un’azienda di Arnault, salvo essere cacciati di botto nel 2007, sempre nel nome della delocalizzazione. Pare che l’industriale e finanziere non l’abbia presa particolarmente bene. Le Parisien, il suo giornale di famiglia, si è rifiutato di scriverne. Ma il pubblico ha invaso lo stesso e in massa le sale, sghignazzando e applaudendo a ogni fine proiezione. La classe operaia non andrà più in paradiso, ma intanto si è presa una bella rivincita. Al cinema.

 

Fonte: Repubblica.it

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